Treviso: aveva 56 anni. Si è tolto la vita perché non riusciva a pagare i debiti dell’azienda.

di Giacinto Cimolai

 

Il Covid prima e la guerra in Ucraina oggi, ci hanno fatto dimenticare il vero problema di questo paese: IL DEBITO.

Ci preoccupiamo giustamente della grave situazione in Ucraina e passa in secondo piano che anche l’Italia ha i suoi morti: morti da debiti che non sono assolutamente meno gravi di quelli dovuti alle pallottole.

Venerdì 24 giugno Valter Pozzobon, 56enne di Paese in provincia di Treviso, si toglie la vita perché l’azienda è in crisi.

Si riaffaccia lo spettro della crisi del 2008 che spinse al suicidio decine e decine di imprenditori, disperati perché non riuscivano più a mandare avanti le loro imprese.

Uno spettro amplificato dalla gestione della pandemia, dalla guerra in Ucraina che non accenna a placarsi e dai rincari, spesso ingiustificati che ne sono seguiti.

Per Pozzobon far quadrare i conti era diventata una prova da funambolo sempre più difficile, una prova con la quale ogni giorno devono rapportarsi milioni di partite IVA, molte delle quali hanno già chiuso e altre sono destinate alla chiusura.

I rincari delle bollette e della benzina sono sotto gli occhi di tutti ma non c’è solo questo a far saltare le aziende.

La gestione assurda della pandemia e un governo che anziché aiutare le aziende continua ad inviare avvisi di accertamento, inasprendo la già difficile situazione in cui riversano le aziende, completa il quadro devastante che si presenterà davanti a tutti nel prossimo autunno.

Le soluzioni ci sarebbero, basate soprattutto su un nuovo modello economico, ma ai nostri governanti, in tutt’altro affaccendati, tutto questo poco importa: lor signori, con i loro stipendi  super garantiti non sanno nemmeno dove stia di casa la crisi.

Purtroppo, c’è un altro grave segnale indicatore: la disaffezione verso la partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Le recenti elezioni amministrative, se ce n’era bisogno, sono state un segnale indicatore di tutta evidenza. La maggioranza del paese non crede più in questa politica, vuole stare fuori e lontano dal sistema.

Ma se tutti facciamo così significa lasciare mano libera a chi da anni sta lavorando per svendere completamente questo paese.

Ognuno deve cominciare a uscire dalla narrativa con la quale ci hanno gestito, soprattutto in questi due ultimi anni e deve rendersi conto che il cambiamento può essere solo in peggio, se ognuno di noi per quanto gli compete non si attiva. Non scenderà alcun messia a salvarci, ognuno è responsabile del proprio futuro.

Di certo dobbiamo impedire che altre persone siano costrette a togliersi la vita perché qualcuno si svegli.

Anche se chi ci governa ci vuole affamati, malaticci e pieni di debiti, dobbiamo difendere con tutte le nostre forze il diritto alla dignità iniziando ad opporci agli avvisi di accertamento, alle ingiunzioni di pagamento, ad aumentare l’indebitamento per sanare situazioni pregresse.

Anche se la situazione è pesantissima, anche se l’autunno si preannuncia “freddo” per i problemi legati all’energia, dobbiamo rimboccarci le maniche.

Bloccare e risolvere la situazione debitoria e possibile, le nuove normative sulla crisi di impresa se gestite da professionisti capaci aprono nuovi spiragli, ma dobbiamo prendere nelle nostre mani il nostro futuro.

Lasciare chiusa nel cassetto l’ingiunzione di pagamento non risolve ma, anzi, amplifica il problema.

E’ il momento di ribellarci perché quando una legge è ingiusta non può essere accettata e oggi è ingiusto che ancora una volta vengano aiutati i grandi e penalizzati i piccoli.

Se non abbiamo paura, se non aspettiamo il messia, se decidiamo di riprenderci i nostri diritti, tutto può cambiare.

Nel frattempo togliamo dal cassetto la busta verde e iniziamo ad opporci rivolgendoci ai punti di ascolto,  per salvare le nostre aziende, noi stessi, il nostro paese.

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